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venerdì 8 giugno 2007

Bush non andrà a Trastevere

L'incontro fra il presidente americano George Bush e la comunità di Sant'Egidio non si svolgerà più domani a Trastevere, nella sede della comunità, ma all'ambasciata americana. L'incontro à stato spostato per "motivi logistici".

"Siamo stati informati in mattinata che l'incontro si svolgerà all'ambasciata americana, per motivi logistici", hanno detto fonti della Comunita di S.Egidio all'ADNKRONOS. All'ambasciata americana "avremo più tempo per parlare" con il presidente americano George Bush, commenta il portavoce della Comunità di S.Egidio Mario Marazziti. Dato che salterà la parte ''turistica'' con la visita della Basilica di S.Maria in Trastevere, "avremo più tempo per parlare", ha detto Marazziti. "Per noi significato e contenuto rimangono gli stessi. Sarà un incontro - assicura - più approfondito. Cambia solo per Trastevere". In base al piano di sicurezza, Trastevere avrebbe dovuto letteralmente svuotarsi dalle 2 della notte di sabato 8 fino alle 14 dello stesso giorno: niente auto in sosta, né motorini, né tantomeno pullman. E neppure cassonetti o cestini dei rifiuti, che per 48 ore sarebbero dovuti sparire. Previsti anche cecchini sui tetti.

Fonte: Yahoo.it

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martedì 5 giugno 2007

Bush: Russia fuori da democrazia

Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Russia sulla questione dello scudo spaziale. A tornare sull'argomento è il presidente George W. Bush. "In Russia, riforme che un tempo promettevano di dare potere ai cittadini sono state fatte deragliare, con preoccupanti implicazioni per lo sviluppo della democrazia", ha detto Bush nel corso del suo discorso sulla democrazia a Praga, nella Repubblica Ceca.

George W. Bush alla conferenza sulla democrazia a Praga, organizzata da ex dissidenti, ha precisato che le libere società "emergono a velocità diversa in luoghi diversi" e devono riflettere i valori locali. Ma certi valori sono universali per tutte le democrazie: e qui ha rimproverato i paesi che a suo dire non li adottano.

"In Russia, le riforme che un tempo promettevano di dare potere ai cittadini sono state fatte deragliare, con implicazioni preoccupanti per lo sviluppo democratico".

Poi la frenata, aggiungendo che la discussione in proposito è solo una sfeccattatura della sua buona relazione con il presidente russo, Vladimir Putin. "L'America può mantenere un'amicizia e allo stesso tempo spingere un paese verso la democrazia."

Fonte: TGCOM

venerdì 1 giugno 2007

Verso il G8, promesse di Bush ma l'Ue non ci crede

Bush prepara il viaggio in Europa e lo fa parlando proprio con i giornalisti di quei paesi che visiterà durante il suo viaggio che lo vedrà lunedì a Praga, poi in Germania per il G8 e Polonia e quindi farà tappa a Roma per gli incontri in Vaticano e Palazzo Chigi prima di proseguire alla volta di Albania e Bulgaria.

Due sono i nodi maggiori e i contrasti più acuti con i Paesi dell'Ue: clima e scudo spaziale. Bush ha annunciato giovedì scorso un nuovo piano Usa per abbassare i gas serra da mettere in agenda nel dopo Kyoto. Ma si annunciano in Europa forti opposizioni. Nonostante la sortita ecologista Bush, infatti, incassa una reazione scettica da parte della commissione Ue che per bocca del suo presidente Barroso gli fa sapere ci si aspetta dagli Usa una "posizione più ambiziosa". Mentre sul fronte spaziale il presidente texano cerca di rassicurare l'Ue e il suo amico Putin: tranquilli, serve soltanto contro gli Stati canaglia.

CLIMA Contrario da sempre al protocollo di Kyoto e in polemica con la cancelliera tedesca Angela Merkel proprio sugli impegni da prendere al G8 sul clima, il presidente americano cambia radicalmente strategia. Senza mai parlare di "riscaldamento globale", ma scegliendo la formula cara alla sua amministrazione, perché più neutra, di "cambiamento climatico", Bush afferma che «gli Stati Uniti prendono molto seriamente gli studi scientifici» e per questo lavoreranno «con gli altri paesi per definire entro il 2008 un percorso a lungo termine per ridurre le emissioni di gas e per mettere a punto un nuovo quadro per le emissioni quando il Protocollo di Kyoto scadrà nel 2012».

Un accordo al quale tutti gli stati dovranno adeguarsi? Bush in una intervista rilasciata dal presidente Usa a La Stampa venerdì in edicola, parlando proprio di clima specifica: «Ogni nazione deve darsi un proprio obiettivo compatibile con la propria economia». Ma la sortita "buonista" sul clima non lascia indifferenti. E crea perplessità. La Commissione europea, infatti, ha accolto con scetticismo la sua iniziativa di lavorare a una riduzione entro la fine dell'anno prossimo delle emissioni di gas serra. «È chiaro che abbiamo bisogno di una posizione più ambiziosa da parte degli Stati Uniti», ha affermato il presidente Manuel Durao Barroso in un'intervista al Financial Times Deutschland. «Gli Usa stanno ponendo molta enfasi sui meccanismi di mercato nella lotta ai cambiamenti climatici, e fanno bene», ha osservato Barroso, «ma questi funzionano solo se ci sono obiettivi vincolanti». Posizione avallata anche dal quotidiano inglese The Guardian che titola: «Bush affossa le speranze di una strategia per il cambiamento climatico al G8».

SCUDO Bush non può neppure ignorare, le proteste di Mosca sullo scudo spaziale da installare in Europa. Tale progetto è stato, infatti, fin dal principio fortemente osteggiato dalla Russia. E ieri Vladimir Putin lo ha definito «una minaccia per la sicurezza nazionale» e l'inizio di una nuova cosa agli armamenti. Il giorno dopo Bush tenta di tranquillizzare il suo amico Putin, ma lo fa con molte ambiguità. Prima, infatti, afferma: la Russia «non è uno stato canaglia», dunque non deve preoccuparsi dello scudo antimissile americano. «Vogliamo lo scudo per difendere i paesi liberi e democratici dagli stati canaglia - spiega Bush- la Russia non è uno stato canaglia e dunque non deve preoccuparsi». Poi però dice: «Siamo preoccupati per la democrazia in Russia, a dispetto delle assicurazioni di Putin che non c'è ragione di avere timori». Non è un nostro nemico, però...non tiri la corda.

ITALIA Il 9 giugno Bush è atteso a Roma, dove a presidiare la sua visita saranno mobilitati dai 3 ai 6mila agenti. E a Roma non nasconde che vorrà sviscerare con il governo il nodo della presenza del contingente militare italiano in Afghanistan. «Prodi -afferma Bush al giornalista Maurizio Molinari- sta facendo delle scelte difficili sull'Afghanistan e spero che la mia visita le rafforzerà. Voglio sedermi con Prodi e parlare con lui di quanto è importante l'impegno italiano in Afghanistan, ora e in futuro». «Il ruolo italiano -sottolinea- è importante, fa sapere agli afghani che esiste la volontà di aiutarli a consolidare la loro giovane democrazia. L'Italia dà importanti contributi nell'addestramento della polizia e dell'apparato giudiziario. Sono di valore». Quanto alla guerra preventiva al terrore, il presidente texano sottolinea anche il ruolo della partnership italiana: «La cooperazione di intelligence fra noi e l'Italia è solida. Ci parliamo in maniera tale da proteggerci a vicenda perchè i nemici vogliono ancora colpirci».

PROTESTE Ma ad attendere Bush non ci sarà soltanto il ministro degli Esteri Massimo D'Alema e il ministro della Difesa Arturo Parisi. Lo attenderà anche una nutrita folla di manifestanti. «Sono contento di andare in un Paese dove c'è la libertà di parola, è il segno dell'esistenza di una società robusta». Il presidente Usa risponde così alla Stampa. «Quando si va in Paesi liberi spesso si vedono proteste - afferma Bush -. È la libertà di parola. È possibile che vi saranno proteste non solo a Roma ma anche in Germania. Quando i leader si riuniscono la gente vuole far sapere come la pensa in Tv. Ricordo - sottolinea - cosa avvenne a Genova, fu dura».

Sulle proteste del 9 giugno si scalda la polemica con il presidente della Camera Fausto Bertinotti. Manifestazioni che Bertinotti non ha condannato, avendo osservato che manifestare contro Bush «è legittimo, ed è questa l'unica cosa da stabilire in un paese democratico». «Poi se è giusto o no, lo stabilisce chi ci va e chi non ci va», aveva precisato il presidente della Camera aggiungendo che «naturalmente, i fenomeni di partecipazione vanno osservati tutti con grande attenzione e poi vanno esercitati sempre attraverso la nonviolenza». E a chi gli chiedeva se avesse imbarazzo nell'incontrare e dover stringere la mano al presidente degli Stati Uniti durante la sua due-giorni romana, il 9 e 10 giugno. «Preferisco avvalermi della facoltà di non rispondere...». Bertinotti poi ha rettificato: le sue convinzioni personali in ogni caso non ostacolerebbero i suoi compiti istituzionali. Le sue prime affermazioni hanno comunque portato la Casa delle Libertà a chiedere la sue dimissioni. Anche se il calendario della visita di Bush non prevede un incontro con la terza carica istituzionale dello Stato.

Fonte: L'Unità

Afghanistan, forze occidentali: accerchiati talebani nel Sud

KABUL - Nonostante la perdita questa settimana di un elicottero Chinook della Nato con sette uomini in servizio a bordo, una forza a guida britannica è riuscita a togliere ai talebani le roccaforti nella provincia di Helmand, hanno dichiarato oggi militari occidentali.

"Stiamo creando delle sacche in cui i talebani vengono catturati. Stiamo stringendo il campo intorno a loro", ha detto a Reuters il colonnello Charlie Mayo, un portavoce delle forze britanniche nella regione meridionale di Helmand.

Una forza di 2.000 soldati, compresi 1.000 inglesi e 500 soldati dell'esercito nazionale afghano sostenuti da danesi, estoni ed elementi scelti della 82esima divisione dell'aviazione americana hanno lanciato l'operazione due giorni fa per incastrare i militanti talebani nel nord della valle Sangin e nella regione della diga Kajaki. Lo hanno riferito fonti ufficiali.

La provincia di Helmand è la prima in Afghanistan per la produzione di papaveri da oppio, che provvede al 90% circa dell'eroina al mondo.

Le autorità dicono che i talebani sono pesantemente coinvolti nel commercio di droga e hanno avviato operazioni anti-droga per soffocare i finanziamenti dei talebani.

Rendere sicura la zona attorno alla diga di Kajaki è un obiettivo chiave, in quanto si tratta di un importante progetto idro-elettrico che potrebbe portare energia a centinaia di migliaia di afghani poveri.

Oggi un militare della Nato è rimasto ucciso e tre altri sono stati feriti nell'esplosione di una bomba a lato della strada nella provincia orientale di Lagham, ha detto un ufficiale locale.

Fonte: Reuters Italia

giovedì 31 maggio 2007

AFGHANISTAN: 7 MILITARI DELLA NATO UCCISI IN ELICOTTERO ABBATTUTO

Kabul- Sale a 7 il bilancio dei militari Nato uccisi ieri sera in seguito all'abbattimento di un elicottero della Nato, precipitato nel sud dell'Afghanistan: lo rende noto l'Isaf.

E' britannico il settimo militare ucciso nell'abbattimento dell'elicottero della Nato in Afghanistan. Le altre vittime sono un canadese e cinque statunitensi. L'elicottero, un Chinook, è precipitato ieri sera nel sud dell'Afghanistan. I talebani hanno rivendicato l'attacco.

Un presunto portavoce dei talebani, Qari Yussef Ahmadi, ha rivendicato l'attacco contro l'elicottero nella provincia di Helmand con una telefonata all'Associated Press. L'uomo non ha fornito prove dell'azione talebana, ma ha precisato che l'elicottero è precipitato nel distretto di Kajaki qualche ora prima che lo comunicasse la Nato.

Secondo quanto riferito da un responsabile statunitense, i soldati britannico e canadese erano passeggeri dell'elicottero CH-47 Chinook che trasportava cinque americani.

La Nato ha riferito che le truppe andate sul posto, sono state accolte da un'imboscata di combattenti nemici e hanno chiesto di bombardare la zona per "eliminare la minaccia nemica". Un civile è rimasto ferito nella sparatoria.

Fonte: Tendenze Online.info

mercoledì 30 maggio 2007

Reality: primo premio un rene nuovo

La dura legge dei reality vince sempre . Ora, rigorosamente in diretta e con l’aiuto del pubblico, una donna malata di tumore in uno stadio terminale dovrà scegliere a chi donare il suo rene tra tre possibili candidati. Il format è stato prodotto in Olanda dalla Endemol, fresca di acquisizione da parte dell’Italiana Mediaset. Sarà davvero mandato in onda o è solo una provocazione? Interverrà un garante o un comitato etico a decidere se e come questo programma potrà essere diffuso nell’etere?

Alla notizia, trapelata nella giornata di ieri, hanno fatto eco oggi numerosi commenti sulla stampa nazionale. In questa forte attenzione da parte dei mass media italiani vi è la comune preoccupazione che questo tipo di format, come molti della Endemol, possa arrivare anche in Italia; ma più ancora c’è la consapevolezza di camminare su un confine labile. La scarsità degli organi per i trapianti e la cultura della donazione che fa fatica a decollare è uno dei problemi più gravi per i pazienti e per la sanità. Nel mondo a fronte di tecniche di trapianto migliori che aumentano la riuscita delle operazioni, rimane una carenza di disponibilità di organi a cui spesso si risponde intraprendendo le strade più disparate dove la disperazione e, spesso, l’illegalità la fa da padrona.

Il caso del reality olandese, battezzato donorshow, è l’ultimo di una lunga serie che passa attraverso la vendita di organi, la contrattazione privata tra persone che liberamente vogliono vendere un proprio organo, la legalizzazione in alcuni paesi di questo tipo di trattative. Molti degli opinionisti che oggi firmano i loro interventi sui quotidiani nazionali e internazionali sostengono che, al di là delle ovvie implicazioni etiche che questo programma o che l’approccio alla malattia porta con sé, gli autori del format televisivo abbiano voluto lanciare una provocazione con lo specifico intento di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della donazione degli organi.

Ma la provocazione non è più una scusa. Non lo è per chi la fa e non lo è per chi la accetta. Non spetta ad un format televisivo sollevare il problema delle donazioni così come non spetta ai mass mediologi di spiegare la dinamica comunicativa dietro ad approcci estremi quando si parla di salute, di vita e di morte. Questo clamore nuoce a chi quotidianamente si impegna per essere la goccia che buca il sasso; le associazioni dei pazienti, i medici, i trapiantologi, le istituzioni hanno un approccio al problema più organico e complesso che non è proporzionale alla loro visibilità. Non sempre la visibilità paga. Una nota: sulle pagine dei quotidiani italiani non vi sono interviste al garante delle telecomunicazioni, a medici, a bioeticisti. Un’opinione su questo programma è stata chiesta a uomini e donne di televisione esperti in reality show: un mondo che si autoalimenta e che, nei giudizi, non coglie quale sia il punto della discussione. La donazione di un organo è un percorso regolamentato per legge e che deve rispondere anche a una compatibilità non solo fisica. Non vi è modo, al di fuori del mondo della sanità, di affrontare questa esperienza in modo corretto sia per il ricevente che per le famiglie coinvolte. A volte spegnere la tv è il passo più intelligente da fare.

Fonte: Yahoo Notizie Italia

La caduta del falco Wolfowitz

Il successore di Paul Wolfowitz alla guida della Banca Mondiale dev'essere un americano. Lo ha detto il presidente George W. Bush, intervistato dalla Reuters. All'indomani delle dimissioni di Wolfowitz, un portavoce della Casa Bianca aveva ammesso che era «tecnicamente possibile» che il candidato alla successione fosse un americano: una frase che aveva dato corpo allo scenario di una nomina del premier britannico uscente Tony Blair oppure di Ashraf Ghani, ex ministro delle Finanze afghano. Dal momento della fondazione, sono gli Stati Uniti che esprimono la candidatura alla guida dell'istituzione gemella del Fmi (Fondo monetario internazionale) il cui mandato principale è la lotta alla povertà. La caccia al successore di Wolfowitz è stata affidata dalla Casa Bianca al ministro del Tesoro Henry Paulson.

Le dimissioni di Wolfowitz. Si era conclusa venerdì notte la trattativa tra Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale, e il Board dell'istituto stesso, determinato a sbarazzarsi del numero uno dopo lo scandalo per la promozione e l'aumento di stipendio accordato nel 2005 dallo stesso Wolfowitz a Shaha Riza, la sua compagna. Il presidente lascerà il 30 giugno. Un'uscita di scena accettata «con riluttanza» da George W.Bush.

La svolta alla fine dell'ennesima, convulsa giornata tra di duro confronto e scontro tra l'ex numero due del Pentagono e il Board dell'istituto. L'accordo finale, quello che prevede una sorta di "onore delle armi", sta tutto nella limatura al comunicato della Banca che annuncia l'accordo raggiunto. Wolfowitz, si legge, «ci ha assicurato di aver agito in linea con i principi etici e in buona fede sulla base di quello che gli è apparso essere nell'interesse dell'istituto e noi accettiamo questo». Il Board rimarca le incomprensioni reciproche («su entrambi i lati») nel caso Shaha Riza, preannuncia l'avvio immediato («subito») della ricerca del successore, a conferma della volontà dei 24 componenti di voltare pagina dopo mesi di aspre e dure polemiche, a tutela dell'immagine dell'istituto.

«I più poveri nel mondo aspettano tutto ciò che di meglio possiamo fare. Adesso è necessario trovare una via per andare avanti», è il commento che lo stesso Wolfowitz affida a un comunicato. Il presidente Bush accetta «con riluttanza» le dimissioni di Wolfowitz: il presidente avrebbe preferito che l'ex sottosegretario alla Difesa rimanesse al suo posto. Bush proporrà un suo successore nei prossimi giorni, precisano fonti della casa Bianca.

«Ho grande stima di Paul e credo che tutte le parti abbiamo agito in buona fede. Mi dispiace che siano arrivati a questo punto», ha affermato Bush, nella conferenza stampa con il premier britannico Tony Blair. «Di Paul ammiro l'impegno per aiutare i poveri», ha aggiunto il capo della Casa Bianca: «Tutto quello che posso dire è che il presidente Wolfowitz ha l'interesse di fare tutto quello che è meglio per la Banca».

Che Wolfowitz fosse giunto al capolinea era intuibile, oltre che per la forte opposizione del fronte dei Paesi europei (Germania in testa), anche per la spaccatura nell'Amministrazione Bush. Il segretario al Tesoro, Henry Paulson, ha infatti spinto per le dimissioni rilevando il fatto - secondo il Financial Times - che il caso Wolfowitz rischiava di mettere a rischio i rapporti con i partner europei oltre che la stessa credibilità degli Usa in seno alla Banca. Per il vicepresidente Dick Cheney e Karl Rove, senior strategist di Bush, la difesa doveva andare invece a oltranza e soprattutto per evitare di "piegarsi all'Europa. Il terzo fronte vedeva i "conservatori non ideologici", cioè il segretario di Stato, Condoleezza Rice e Josh Bolten, capo dello staff della Casa Bianca, che spingevano per l'uscita.

Il caso Wolfowitz aveva tutte le caratteristiche per rubare la scena del G8 finanziario (con l'assenza eccellente di Paulson) che vedrà riuniti i ministri economici dei Sette Grandi più la Russia a Potsdam, in Germania. Proprio il Governo del Cancelliere Angela Merkel è quello che più si è speso per le dimissioni di Wolfowitz come unica soluzione per salvare la credibilità della Banca Mondiale. Secondo l'agenda dei lavori, l'ex vice del Pentagono avrebbe dovrebbe presentare a Potsdam le strategie dell'istituto contro la corruzione. Il ministro dello Sviluppo tedesco, Heidemarie Wieczorek-Zeul, mercoledì, aveva chiesto ancora le dimissioni di Wolfowitz con un avvertimento: «Non gli consiglierei di partecipare se sarà ancora in carica».

Fonte: Il Messaggero.it

Il Mend: ''Oggi liberi gli ostaggi''

Esattamente trenta giorni dopo il rapimento, così come aveva specificato fin da subito, i ribelli del Mend, Movimento per l'emancipazione del delta del Niger, i sei lavoratori stranieri, tra cui quattro italiani (Raffaele Pascariello, Alfonso Franza, Mario Celentano e il ragusano 35enne Ignazio Gugliotta), saranno liberati oggi. I sei uomini (con gli italiani anche un crotato e un americano) erano stati rapiti lo scorso 1 maggio in una piattaforma galleggiante della Chevron.

La conferma è arrivata via email all'agenzia di stampa France Presse, dopo che ieri in tarda mattinata con un altro messaggio il Mend aveva informato le agenzie di stampa che la liberazione sarebbe avvenuta oggi, così come avevano annunciato già alcune ore dopo il rapimento, ma solo se se non fosse stata intentata alcuna azione di forza.
In un precedente messaggio, il gruppo separatista aveva spiegato: ''Trattenendo gli ostaggi fino al 30 maggio avremo chiaramente dimostrato l'incapacità del regime di Obasanjo (Olusegun, il presidente uscente della Nigeria, ndr) di fermare i disordini nel Delta attraverso i metodi draconiani usati in passato''.
Fin dall'inizio il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, aveva sottolineato che la natura del blitz era puramente dimostrativa. Lo scopo era di mantenere alta la pressione sul governo nigeriano e sulle società petrolifere straniere, accusati di spartirsi i proventi dell'estrazione di greggio e idrocarburi senza preoccuparsi delle condizioni di estrema indigenza in cui versa la popolazione della regione, che vive con meno di un dollaro al giorno, senza servizi sanitari, scuole, acqua ed elettricità. Gran parte della ricchezza scompare infatti nelle tasche della classe dirigente politica ed economica del paese, giudicata una delle più corrotte al mondo secondo i parametri di Transparency International.

Nello Stato del Delta si è, intanto, scatenata una battaglia che, nel giorno del giuramento del nuovo presidente Umaru Yar'Adua, ha lasciato sul terreno quindici morti. Le violenze sono avvenute vicino Tombia, nell'area di Cawthorne Channel, e sono state ingaggiate da milizie tra loro rivali. Molti tra i combattenti, protagonisti delle intimidazioni esercitate sulla popolazione durante le ultime elezioni presidenziali, lamentano di non aver ricevuto un adeguato compenso dai politici per il lavoro fatto.
Ieri il presidente Yar'Adua durante il suo discorso di insediamento ha lanciato un appello a tutti i combattenti affinché ''sospendano tutte le azioni violente'', sottolineando che la regione del Delta del Niger ''necessita attenzione''. Jomo Gbomo, con una email all'Associated Press ha detto di stare valutando la richiesta del presidente, e in un altro messaggio inviato ad Apcom, Gbomo ha aggiunto: ''daremo una risposta molto presto''.
Due giorni fa, il quotidiano nigeriano Vanguard aveva riferito di una scissione interna al Mend, tra i militanti ''istruiti, più progressisti che chiedono un cessate il fuoco, per poter offrire al governo la possibilità di fare qualcosa'' per lo sviluppo della regione, e ''quelli con il sangue caldo che ritengono che il governo li abbia ingannati abbastanza''. Interpellato dall'agenzia Apcom su tale divisione interna, Jomo Gbomo aveva risposto: ''Non c'è alcun conflitto al nostro interno e nessun accordo tra i più progressisti nel concedere tempo al governo. Il governo è incapace di mettere in atto qualsiasi cambiamento significativo nella regione del Delta del Niger''.
Con gli scontri di ieri, comunque, sembrano aver dato la risposta insieme ad un comunicato ricevuto dalla Reuters: ''Non porremo termine ai nostri attacchi fino a quando non sentiremo altro che parole... Il presidente avrebbe dovuto dare in cambio qualcosa, come il rilascio degli ostaggi del Delta del Niger nelle mani del governo''.

Nell'ultimo anno e mezzo il Mend è stato protagonista di numerosi atti di sabotaggio e rapimenti che hanno avuto spesso come obiettivo impianti e dipendenti dell'Eni. Solo a maggio una piattaforma galleggiante dell'Agip è stata attaccata al largo di Port Harcourt e due oleodotti sono stati distrutti dai guerriglieri. E al 15 marzo risale la liberazione di altri due nostri connazionali, Francesco Arena e Cosma Russo, che erano stati prelevati durante un raid il 7 dicembre 2006 insieme ad altri loro due colleghi liberati prima.

Fonte: GuidaSicilia.it

martedì 29 maggio 2007

Bielorussia,obbligo di preservativi

Regola numero uno per chi abbia intenzione di recarsi in Bielorussia: portare con se i preservativi. No, non è un invito al sesso facile, ma un obbligo del governo di Minsk. Una nuova norma, varata per la sicurezza sanitaria, prevede infatti che ai controlli al confine gli automobilisti debbano avere con sé i profilattici. Obbligatoriamente. Così è già nato un mercato sotterraneo dei "condom" nei pressi delle dogane.

Insomma, documenti, kit di primo soccorso e una scatola di preservativi. Non tutti però sono a conoscenza dei nuovi regolamenti e molti pensano si tratti di uno scherzo.

Come ad esempio monsignor Piotr Mrozik, che da Lublino si stava recando in Bielorussia a dir messa. "E' stato davvero imbarazzante - ha spiegato il prelato - . Potete immaginare la reazione di sconcerto alla stazione di benzina, quando ho chiesto di poter comprare una scatola di preservativi".

Ma la singolare norma bielorussa si sta già rivelando un vero e proprio business. Una nuova fonte di guadagno per venditori più o meno autorizzati di profilattici, che hanno visto inaspettatamente innalzare le loro vendite. Accanto alle tradizionali bancarelle con frutta e ortaggi, si stanno attrezzando banchetti abusivi che vendono profilattici a prezzi "concorrenziali".

La norma finora è stata applicata solamente per chi viaggia in macchina. A coloro che invece raggiungono la Bielorussia in treno o in aereo, curiosamente non viene richiesto alcun "kit di prima precauzione sessuale".

Fonte: TGCom

venerdì 4 maggio 2007

Bush escluso dai '100 di Time'

Per la prima volta da quando è alla Casa Bianca il presidente americano George W. Bush non figura nella dalla classifica dei 100 di Time. Che quest'anno ha inserito Papa Benedetto XVI ma anche il comico britannico Sasha Baron Cohen, creatore di Borat, il giornalista kazhako che ha spopolato nel 2006 ai botteghini di mezzo mondo.

"Baron Cohen offende la sensibilità della gente, ma i giovani di oggi si offendono se non li offendi"; così ha spiegato la singolare scelta il settimanale, il cui numero '100 di Time' si prefigge di "rendere omaggio agli uomini e alle donne il cui potere, il cui talento o l'esempio morale stanno trasformando il mondo in cui viviamo".

Anche quest'anno l'elenco è diviso, come di consueto, in cinque sezioni: "Leader e rivoluzionari, costruttori e titani, artisti e gente di spettacolo, scienziati e pensatori, eroi e pionieri". I 100 nomi includono rappresentanti di 27 Paesi.

Della hit parade, compilata per il quarto anno consecutivo, fanno parte in stragrande maggioranza uomini: le donne sono solo 29% e tra queste Sonia Gandhi, presidente del Congresso Nazionale Indiano e l'unica rappresentante indiretta dell'Italia essendo nata a Torino.

La Gandhi è in compagnia del segretario di stato Condoleezza Rice, della regina Elisabetta, del cancelliere tedesco Angela Merkel, del senatore Hillary Clinton che punta alla Casa Bianca, della presidente della camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi e di Tzipi Livni, il ministro degli Esteri e vice-premier di Israele, nel sempre più nutrito drappello di rappresentanti del gentil sesso che hanno occupato le stanze dei bottoni Con la Rice, Oprah Winfrey, popolarissima conduttrice di un salotto tv, ha fatto l'en plein delle presenze per quattro anni consecutivi nella hit parade del potere.

Bush, che ci aveva trovato posto le altre tre volte, quest'anno è stato messo fuori dalla porta, una scelta sintomatica dello scollamento sempre più forte tra il presidente della guerra in Iraq e il Paese che nel 2004 lo ha rieletto alla Casa Bianca. Il malessere della nazione nei confronti di Bush, evidente nei sondaggi che oscillano intorno al trenta per cento del gradimento del pubblico, si è riproposto alla vigilia del dibattito di oggi tra candidati del suo partito alla Reagan Library di Simi Valley in California: "Applaudiranno alle sue politiche o prenderanno le distanze?", si è interrogato il New York Times.

Se Bush, pur essendo ben presente e visibile, è fuori dalla classifica, Osama bin Laden ci resta dentro nonostante sia da sei anni alla macchia. Ed è entrato nella hit parade, per la categoria degli 'eroi e pionieri', Mahar Arar, il cittadino canadese diventato una causa celebre dopo esser stato protagonista di una clamorosa operazione di 'rendition' in Siria dove venne torturato senza che venissero mai provati legami anche tangenziali con il terrorismo.

Fonte: RAINEWS 24

Rice-Mottaki, abito audace e salta l'incontro

Il ministro degli Esteri iraniano abbandona la cena a causa, dicono fonti di Teheran, del vestito «indecente» di una violinista russa

Più indignato per la scollatura della violinista russa o più impaurito da Condoleeza Rice? È la domanda, ironica, che pongono alcuni giornali americani dopo l'abbandono precipitoso da parte del ministro degli esteri iraniano, Manuchcher Mottaki, durante la cena dei delegati presenti alla Conferenza internazionale sull'Iraq in corso a Sharm el-Sheik.

LA RICOSTRUZIONE - Secondo diplomatici Usa, il capo della diplomazia iraniana ha lasciato precipitosamente la cena, organizzata dal ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit, adducendo come giustificazione la tenuta 'indecente' di una violinista russa, presente in sala con un vestito rosso. Le stesse fonti hanno però fatto notare che, prima dell'arrivo della Rice, la delegazione iraniana aveva studiato con attenzione l'assegnazione dei posti, notando «con costernazione» che Rice e Mottaki erano una di fronte all'altro «Non so di quale donna abbia avuto paura - ha ironizzato Sean Mc Cormack - se della signora in rosso o del segretario di stato».

INCONTRO - La possibilità di un vertice fra la Rice e Mottaki - i primi colloqui ad alto livello fra i due Paesi da 30 anni - è stata sotto la luce dei riflettori dei media per giorni, ma le autorità Usa hanno detto che non è stato pianificato nulla. Durante il pranzo della prima giornata i due si sono scambiati cortesie formali ma non hanno avuto alcuna discussione sostanziale.

Fonte: Corriere della Sera

Scozia, eletto deputato Salmond leader del partito indipendentista

Alex Salmond, leader del Partito nazionalista scozzese (SNP), favorevole all'indipendenza della Scozia, è stato eletto deputato del Parlamento autonomo di Edimburgo, secondo i primi risultati del voto, che lasciano presagire una sconfitta del partito laburista.

Salmond è davanti di 2.062 voti rispetto al suo avversario liberaldemocratico della circoscrizione di Gordon, a nord di Aberdeen (nel nord-est della Scozia). L'SNP ha conquistato ugualmente diversi seggi che appartenevano ai laburisti, a Dundee West, Central Fife, Glasgow Govan e Stirling. Parlando in pubblico, Salmond ha sottolineato la più grave sconfitta dal 1922 per il partito di Tony Blair.

Un successo dell'SNP, che vuole organizzare un referendum sull'indipendenza della Scozia nel 2010, dovrebbe portare Alex Salmond all'incarico di primo ministro nel nuovo parlamento scozzese, che ha competenze legislative in materia di istruzione, sanità, trasporti, sviluppo economico e giustizia.

Secondo i risultati parziali, il premier uscente, il laburista Jack McConnell, è stato rieletto a Motherwell e Wishaw, vicino Glasgow. I risultati definitivi sono attesi in giornata. Una vittoria degli indipendentisti scozzesi sarebbe anche di cattivo auspicio per il ministro delle Finanze Gordon Brown, scozzese anche lui, e probabile successore di Blair. Durante la campagna Brown non ha esitato a denunciare il rischio di una «balcanizzazione» della Gran Bretagna se l'Snp dovesse vincere.

Fonte: L'Unità

giovedì 3 maggio 2007

Altri quattro italiani rapiti in Nigeria

I guerriglieri nigeriani libereranno fra un mese i quattro tecnici italiani presi in ostaggio il primo maggio, con un assalto via mare ad una nave-piattaforma della società petrolifera Chevron. Jomo Gbomo, portavoce del Mend, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, ha subito rivendicato il sequestro inviando un comunicato via posta elettronica a diversi mezzi d’informazione, compreso Il Giornale. Nel comunicato dei ribelli si afferma che gli ostaggi «verranno rilasciati senza condizioni il 30 maggio. Ciò sarà possibile solo se le compagnie petrolifere e il governo dello stato di Bayelsa (dove è avvenuto il sequestro, nda) non faranno tentativi per ottenere il rilascio offrendo riscatti. Ogni offerta di questo genere sarà considerata un insulto e peggiorerà la condizione degli ostaggi».

Non a caso il rilascio dovrebbe avvenire il giorno dopo l’insediamento di Umaru Yar'Adua, come nuovo presidente della Nigeria, eletto grazie ad un voto giudicato da più parti fraudolento. Il rapimento è un segnale del Mend che la guerriglia continua.

Le lance dei guerriglieri, dotate di potenti motori fuoribordo, hanno attaccato la nave piattaforma alla foce del fiume Pennington alle sei del mattino del primo maggio. Gli assalitori hanno aperto il fuoco contro il servizio di guardia uccidendo un nigeriano e poi avrebbero minacciato di far saltare in aria tutto a colpi di candelotti di dinamite. Vista la mala parata le altre guardie devono essersi arrese ed i guerriglieri hanno avuto gioco facile a portarsi via sei lavoratori stranieri. Gli italiani sono Raffaele Pascariello, Alfonso Franza, Ignazio Gugliotta e Mario Celentano, a cui si aggiungono il collega americano John Stapleton e il croato Jurica Ruic. I nomi, con qualche imperfezione nella grafia, sono stati resi noti dal comunicato del Mend.
Celentano, 40 anni e due figli, vive a Meta di Sorrento; Franza, 46 anni, e Pascariello, 45 anni, sono originari invece di Piano di Sorrento. I tre campani lavorano da tempo per la Chevron, quasi sempre in Nigeria. Gugliotta, invece, è originario di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Trentaquattro anni, primo ufficiale di una petroliera avrebbe dovuto tornare in Sicilia a metà maggio. A casa ha lasciato due figli di 4 e 5 anni, oltre alla moglie Grazia con la quale aveva parlato al telefono lunedì sera, poche ora prima del sequestro. «Non sono scemo. Credo che mio figlio si farà i suoi tre o quattro mesi...» ha affermato Concetto Gugliotta, padre dell’ostaggio. Il genitore ha contattato telefonicamente Cosma Russo, uno dei tre italiani rapiti il dicembre scorso dal Mend e rilasciati dopo mesi di detenzione. «Mi ha assicurato dicendomi che quelle persone (i sequestratori, nda) sono “esseri umani”» ha spiegato Gugliotta.

Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, ha confermato che sono stati attivati tutti i canali, ovvero i servizi e la nostra ambasciata, per risolvere il caso. Sull’esempio francese, con i due ostaggi in Afghanistan di cui non erano state rese note le generalità, fino alla liberazione della ragazza sequestrata, la Farnesina aveva lanciato un appello ai media per non rendere noti i nomi dei sequestrati. Nessuno ha ascoltato l’invito e D’Alema ha bacchettato la stampa. Più grave il fatto che la Farnesina non fosse stata informata dai diretti interessati o dalla Chevron, per stessa ammissione del ministro, della presenza dei rapiti nel Delta del Niger.

Fonte: Il Giornale.it

Israele: Olmert, nuove richieste di dimissioni

II governo israeliano è travolto da una delle crisi più profonde della storia del paese. II rapporto Winograd sulla seconda guerra libanese, reso pubblico pochi giorni fa, sta provocando un vero terremoto politico nella coalizione di Olmert e il primo ministro sembra avere le ore contate. Eppure, a Gerusalemme la crisi non è un fatto recente: è cominciata nel gennaio del 2006, quando Arik Sharon è stato colpito da un ictus da cui non si sarebbe più rimesso, e quando Hamas ha vinto le elezioni nell'Anp; si è ulteriormente aggravata questa estate, quando il primo ministro si è impegnato in una massiccia azione «senza avere alcun piano militare dettagliato» (così, almeno, sostiene il rapporto Winograd); forse, si potrebbe aggiungere, l'attuale crisi politica in Israele è anche in parte il risultato della crescente minaccia iraniana, minaccia davanti a cui Israele si sente relativamente abbandonata dalla comunità internazionale e persino dagli Stati Uniti, visto il fallimento della guerra in Iraq.

Dunque, ieri non è cominciata una crisi di governo. Semmai, si è avviato il processo conclusivo di una lunga fase di sfaldamento: processo che, se gestito nella maniera più appropriata, potrebbe anche per mettere allo Stato ebraico di uscire dalla stagnazione politica in cui si trova da più di un anno. II peso del rapporto Wmograd grava su tre persone: il premier Ehud Olmert (Kadima), il mini stro della Difesa unir Peretz (Labour) e il capo di Stato maggiore Dan Halutz (dimissionario dallo scorso gennaio). II dossier, ancora parziale, è molto chiaro: non si tratta affatto di una rec,riniinazione sui risultati insoddisfacenti della campagna libanese, bensì di un'approfondita ricerca sulle azioni e sulle responsabilità individuali. II premier è accusato di avere agito in fretta, «senza esaminare un piano militare dettagliato, e neppure richiederne uno all'esercito» (punto 12) e di avere presentato in maniera «ambigua» il suo piano al governo (punto 10).

Al ministro della Difesa si rimprovera (punto 13) non tanto di «non avere una sufficiente esperienza in materia militare», quanto di «avere preso importanti decisioni senza consultare gli esperti e l'apparato di sicurezza, nonostante le sue lacune». II capo di Stato maggiore è sotto accusa (punto 14) per avere monopolizzato il dialogo tra esercito e governo e di avere taciuto all'esecutivo il vivace dibattito che si stava svolgendo all'interno di Tsahal. Rimproveri molto specifici, insomma, da cui solo una delle figure principali della Grosse Koalition esce illesa: il ministro degli Esteri Tzipi Livni. Nessun riferimento, nel dossier Winograd, se non una raccomandazione, che sembra quasi un endorsement (punto 16): d'ora in poi, sarebbe buona cosa «il pieno coinvolgimento del ministero degli Esteri nelle decisioni sulla sicurezza». Se n'era lamentata la stessa Livni («non c'è stata alcuna cooperazione col premier durante il conflitto»), che ora, consapevole di essere il politico più popolare di Israele, chiede senza mezzi termini la testa di Olmert.

I toni del ministro degli Esteri sono stati chiari: «Il pubblico non ha fede nel go verno e dobbiamo recuperare la credibilità»; «Olmert deve dimettersi, ma sarebbe sbagliato andare al voto»; e ancora: «Sto pensando alla leadership di Kadima». Tradotto: voglio fare il primo ministro. Da tempo si vociferava che madame Livni volesse soffiare il posto a Olmert: un sondaggio pubblicato qualche settimana fa (e cioè prima del rapporto Winograd, che non ha fatto che acuire la situazione) dimostrava che è la figura politica più gradita al pubblico. Non solo: stando al sondaggio, in caso di elezioni anticipate, una Kadima guidata dalla Livni batterebbe con ampio margine il Likud di Netanyahu, che invece avrebbe gioco facile a battere il partito centrista nella formazione attuale.

Intanto, l'ufficio di Olmert fa sapere che il capo della Diplomazia probabilmente sarà estromessa dal governo a causa di queste dichiarazioni. Sarà, ma se Olmert obbligasse Tzipi Livni alle dimissioni, questo non farebbe che aggravare la sua situazione di primo ministro e, secondo alcune fonti interne a Kadima, potrebbe persino giovare alla popolarità del ministro degli Esteri. La ribellione interna a Kadima, del resto, è già cominciata: secondo Akiva Eldar, notista politico di Haaretz, circa la metà dei parlamentari kadimisti sarebbero pronti a passare dalla parte di Tzipi. Ieri Avigdor Yitzhaki, capogruppo alla Knesset del partito centrista, ha rassegnato le proprie dimissioni in polemica con Olmert.

Ytzhaki aveva lanciato al premier un ultimatum: o ti dimetti tu, o mi dimetto io. Olmert ha scelto di salvare il salvabile del suo premierato: finora, lo hanno difeso il vicepremier Shimon Peres e il ministro della Sicurezza Avi Dichter. Anche la Livni aveva lanciato un ultimatum analogo al premier, ma in serata ha fatto sapere di avere cambiato idea. Se riuscisse nel suo intento, sarebbe la seconda volta, nella storia dello Stato ebraico, che un ministro degli Esteri in gonnella diventerebbe primo ministro senza passare dalle urne. Golda Meir docet.

Fonte: TGCOM

Ucciso in Iraq il capo di al Qaeda Abu Omar al Baghdadi

Il portavoce del ministero degli interni iracheno Abdel Karim Khalaf ha annunciato oggi "l'uccisione del terrorista criminale Abu Omar al Baghdadi, capo del cosiddetto Stato islamico in Iraq".

"Abbiamo documenti e prove, e anche il cadavere. In una conferenza stampa più tardi mostreremo tutto, anche delle foto", ha detto il portavoce citato dall'agenzia Nina.

Secondo l'emittente al Iraqiya, al Baghdadi - "emiro" di una alleanza di gruppi terroristici sunniti capeggiata dal al Qaida - sarebbe stato ucciso in uno scontro a fuoco nel quartiere sunnita al Ghazaliya di Baghdad, ma non è ancora chiaro quando.




Fonte: RAINEWS 24

lunedì 30 aprile 2007

Bratz contro Barbie guerra tra bambole

Non basta più giocare con le bambole, come una volta. Non basta vestirle, farle vivere nelle loro casette super accessoriate, farle viaggiare nelle loro automobili, farle diventare donne in carriera. Adesso le bambine vogliono entrare nel mondo delle loro bambole attraverso il computer, creando da sole un mondo virtuale e poi ascoltando la propria musica su un Mp3 fatto apposta per la bamboline del cuore. I pupazzi spariscono dalla realtà fisica e acquistano una seconda vita su internet.

Ma dietro a questa rivoluzione, scoppia ora negli Usa una guerra feroce. Barbie lancia il sito web BarbieGirls.com, che permette a tutte le fan di creare un mondo virtuale su misura, mentre la Mattel, la casa produttrice della bionda-giocattolo più famosa al mondo, cita in tribunale i rivali della Mga, la società della bambola Bratz, rivendicando la titolarità dell’anti-Barbie.
«Entrambi stiamo rivoluzionando di pari passo il modo di giocare delle bambinette», ammette Chuck Scothon, general manager della Mattel, «ma noi non cederemo il passo alle Bratz. Ci sono in gioco miliardi e l’onore di continuare a essere la bambola più famosa del mondo». E a dir la verità, Barbie aveva già lasciato intendere di non voler cedere il passo alla concorrenza rivedendo i suoi gusti sessuali. Dopo un sondaggio digitale lanciato un anno fa dalla Mattel che mirava a capire i gusti delle ragazzine, la bambola più cool del pianeta aveva lasciato intendere una sua probabile omosessualità per allargare la clientela.

Questa lite oggi farebbe rigirare nella loro tomba i leggendari creatori della Barbie, Ruth ed Elliot Handler, e il loro socio, Harold Mattson, col quale avevano fondato, nel 1958, la prestigiosa Mattel (unendo l’inizio dei due cognomi). Quando Ruth e suo marito, lasciando da parte la loro attività di corniciai, avevano deciso di rischiare tutto disegnando la prima Barbie (Ruth si era inamorata, al ritorno da una vacanza in Svizzera, della bambola tedesca Lilli) l’avevano presentata al salone dei giocattoli di New York.

Era il 1959. Cinquant’anni dopo la Barbie è ancora la bambola più venduta al mondo. Ma i tre soci erano d’accordo su una cosa: che la Barbie, nonostante la concorrenze di altre bambole, non sarebbe mai entrata nei film, nella musica o nel cyberspace.
Oggi invece nasce la Barbie interattiva e la battaglia con i creatori delle Bratz diventa feroce.

Negli sforzi per contrastare l’era digitale, Mattel presenta il nuovo servizio con il quale è possibile disegnare vestiti, casa e un’intera città di quello che dovrebbe essere l’ambiente di Barbie, avendo l’obiettivo di catturare l’attenzione della ragazze fino ai 10 anni al nome della storica bambola. In altri termini, la filosofia dell’iniziativa è la stessa di Second Life, vale a dire la creazione di una realtà virtuale con la differenza che nell’iniziativa Mattel si interagisce con un mondo fatto di bambole.

Intanto la Mattel ha citato in giudizio la Mga, rivendicando la titolarità del brevetto Bratz, facendo leva sul fatto che il suo disegnatore Carter Bryant era dipendente del gruppo di Barbie quando decise di vendere i disegni della bambola alla compagnia rivale.
Mga ha reagito citando a sua volta la Mattel per aver copiato la nuova linea di accessori di Barbie, manco a dirlo da Bratz, che sulla base delle rilevazioni di Npd, società specializzata in ricerche di mercato, ha nei primi tre mesi dell’anno ampiamente staccato nelle vendite statunitensi la bionda inventata più di 40 anni fa.

Fonte: Il Giornale.it

Israele, Olmert sotto accusa: "Gravi i fallimenti in Libano"

Gli esperti: «mancanza di giudizio e cautela». Ma il premier assicura: «Agli errori sarà posto rimedio»

GERUSALEMME - L’attesissimo rapporto della Commissione Winograd sulla guerra in Libano accusa il premier israeliano Ehud Olmert di «gravi fallimenti» nella gestione del conflitto. Nel documento, di cui l’Associated Press ha ottenuto una copia, si sostiene che il premier abbia agito frettolosamente e senza avere un piano completo per l’offensiva avviata il 12 luglio contro il movimento sciita libanese dell’Hezbollah. La guerra è scoppiata dopo che i guerriglieri del "partito di Dio" hanno ucciso tre soldati israeliani e ne hanno rapiti altri due in un raid lungo il confine fra Libano e Israele. Il rapporto Winograd cita in particolare «un grave fallimento nella mancanza di giudizio, responsabilità e cautela».

Dopo aver ricevuto il rapporto dalle mani dei cinque esperti che compongono la commissione guidata dal giudice Eliahou Winograd, Olmert assicura che «ai fallimenti sarà posto rimedio». Olmert aveva delineato pubblicamente gli obiettivi da conseguire con l’offensiva militare in Libano lanciata il 12 luglio 2006: liberare i due soldati israeliani rapiti lo stesso giorno da Hezbollah, e annientare il gruppo estremista sciita. Entrambi gli obiettivi sono stati mancati dall’esercito israeliano: i soldati sono ancora tenuti in ostaggio e l’Hezbollah è riuscito a resistere ai 34 giorni di guerra, presentandosi come il vero vincitore di fronte al mondo arabo. Oltre a criticare duramente il premier, il rapporto punta il dito contro il ministro della Difesa Amir Peretz e l’ex capo di Stato maggiore Dan Halutz per l’esito fallimentare del conflitto. In particolare, Halutz è accusato di aver «agito impulsivamente» e aver dato una rappresentazione errata dell’effettiva capacità dell’esercito.

Secondo l’inchiesta, Olmert avrebbe deciso di dichiarare guerra all’Hezbollah «nonostante non gli sia stato sottoposto alcun piano militare dettagliato né lui ne abbia fatto d’altronde domanda». Al premier si rimprovera inoltre di non aver proceduto alle «consultazioni necessarie» al di fuori dell’esercito e di «non aver tenuto sufficientemente in considerazione delle riserve politiche e professionali che gli erano state sottoposte prima della decisione capitale del 12 luglio», giorno dell’inizio della guerra. Il premier sarebbe insomma «responsabile del fatto che gli obiettivi della campagna non siano stati chiaramente e accuratamente definiti» sottolinea ancora il rapporto, secondo cui Olmert non avrebbe adattato i suoi piani «una volta che si è capito che le previsioni e le attese di Israele non erano realiste e non si concretizzavano». In generale, come ribadisce Winograd in una conferenza stampa, Olmert, Peretz e Halutz sono giudicati colpevoli di «gravi fallimenti».

«Abbiamo stabilito che queste decisioni e il modo in cui sono state prese hanno provocato gravissimi fallimenti. E attribuiamo questi fallimenti al primo ministro, al ministro della Difesa e all’ex capo di Stato maggiore» dice ai giornalisti il giudice in pensione a capo della Commissione d’inchiesta. «Se ciascuno di loro avesse agito in modo diverso, migliore, le decisioni prese in questo periodo e i risultati della campagna sarebbero stati differenti, e migliori» aggiunge. Anche se la popolarità di Olmert è crollata a causa della guerra e di una serie di scandali che incombono sul suo governo, sembra che il premier non voglia rassegnare le dimissioni, almeno per un pò. Lo ha già detto chiaramente, e i membri della sua coalizione sembrano restii a voler scatenare una crisi che possa comportare anche la loro rinuncia del potere. Olmert incontrerà i ministri espressione del suo partito, il ’Kadimà in serata, per discutere dei contenuti del rapporto. Il rapporto si concentra sui primi sei giorni del conflitto, nel corso dei quali furono formulati gli obiettivi di guerra, e sui sei anni compresi tra il ritiro israeliano dal Libano del sud del maggio del 2000 e lo scoppio delle ostilità. Un rapporto completo sui 34 giorni di guerra sarà pubblicato in estate.

Fonte: La Stampa.it

Bangkok: gli scienzati per «curare» il clima

Duemila delegati riuniti nella capitale tailandese per indicare ai governi le ricette da adottare contro il riscaldamento della terra.

BANGKOK
- Un’atmosfera da bagno turco – 35° di temperatura, 80% di umidità, pioggia torrenziale e vapori densissimi – ha accolto duemila scienziati dell’IPCC, il gruppo di ricerca sul clima al servizio delle Nazioni Unite, venuti nella capitale tailandese per consegnare ai governi della Terra la terza parte del loro enciclopedico rapporto sui cambiamenti climatici. Per cinque giorni, da lunedì 30 aprile a venerdì 4 maggio, gli esperti dovranno mettersi d’accordo su un «pacchetto» di consigli operativi, indirizzati a premier e ministri di tutto il mondo, sui modi più efficaci per stabilizzare i gas serra, in altre parole per arrestare la continua ascesa delle emissioni che stanno riscaldando il pianeta e alterando il clima.

DUE LINEE STRATEGICHE - Le due precedenti parti del medesimo rapporto, concordate e presentate nei mesi scorsi dall’IPCC durante i summit di Parigi e a Bruxelles, hanno affrontato, rispettivamente, lo stato delle conoscenze scientifiche e le conseguenze dei cambiamenti climatici nelle varie aree del globo, affidando agli operatori politici alcuni avvertimenti ineludibili: l’uomo appare come il principale responsabile delle alterazioni climatiche evidenziatesi negli ultimi decenni; superati i due gradi di aumento delle temperature medie (già siamo a +1), e cioè dopo la metà del secolo, le conseguenze del riscaldamento globale saranno catastrofiche per le economie della maggior parte dei Paesi, soprattutto per quelli in via di sviluppo, e per tutte le specie viventi; per minimizzare i danni è indispensabile attrezzarsi con opere di difesa dagli estremi climatici (azioni di adattamento) e ridurre le emissioni dei gas serra (azioni di mitigazione).

MITIGAZIONE - Proprio quest’ultimo tema, la mitigazione: come attuarla nella pratica, è l’argomento del terzo rapporto in discussione a Bangkok. Cosa suggeriscono gli scienziati dell’IPCC? «Lasciateci lavorare tranquilli e abbiate pazienza fino a venerdì prossimo, quando, in una conferenza stampa, vi presenteremo il documento conclusivo», esorta il capo dell’IPCC Rajendra Pachauri, circondato da manifestanti e giornalisti, prima di inaugurare il vertice, che si svolge a porte rigorosamente chiuse, nella sede delle Nazioni Unite di Rajadamnoen Avenue. A prima vista sembrerebbe che l’argomento della mitigazione, di natura squisitamente tecnico-economica, possa essere affrontato con relativa serenità. Ma dalle prime battute della discussione già filtrano voci di controversie fra i delegati, oltre che i fogli di un documento infarcito di parentesi quadre (le tante parti su cui manca l’accordo). Il nodo è: fra le tante opzioni tecnologiche già disponibili o praticabili nei prossimi anni, quali hanno realmente il pregio di ridurre le emissioni dei gas serra e, nello stesso tempo, di non danneggiare in altro modo l’ambiente? Su questo interrogativo di fondo si moltiplicano le dispute.
Le tecnologie su cui si punta

NUCELARE O CARBONE? - L’opzione nucleare, per esempio, appare eccellente come modo di produzione di energia elettrica senza emissioni di anidride carbonica (il principale fra i gas serra). «Ma questa energia presenta altri gravi aspetti di insostenibilità dal punto di vista ambientale –obietta Wanun Permphibun, coordinatore tailandese del Climat Action Network-. Come gestire, soprattutto nei Paesi meno organizzati, scorie che conservano la loro carica di radioattività per decine di migliaia di anni?». Lo stoccaggio geologico dell’anidride carbonica potrebbe trasformare in impianti accettabili molte centrali a carbone che oggi intossicano l’atmosfera, ma alcuni (e fra questi anche dei consiglieri del ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio) bollano questa tecnologia come «un modo di mettere la spazzatura sotto il tappeto», col rischio che prima o poi possa ritornare in circolo nell’aria. «Una tesi da rigettare –secondo la geochimica Fedora Quattrocchi che, per conto dell’Istituto nazionale dei geofisica e vulcanologia, ha partecipato al progetto internazionale di stoccaggio della CO2 a Weiburn, Canada–. Infatti abbiamo dimostrato che questo gas può essere trasformato in roccia stabile all’interno della Terra». Insomma, la battaglia per definire i contenuti del paniere di opzioni tecnologiche adatte a ‘decarbonizzare’ la produzione energetica, industriale e agricola, è appena cominciata.

Fonte: Corriere della Sera

venerdì 27 aprile 2007

Estonia, scontri per il simbolo della guerra

La rimozione del monumento dedicato ai soldati sovietici caduti nella liberazione dai nazisti provoca gravi incidenti: un morto

TALLINN (Estonia) - Le tensioni latenti tra l'Estonia e la Russia sono scoppiate la scorsa notte. Un uomo è morto e 56 sono rimasti feriti in scontri a Tallinn, capitale dell'Estonia, quando le autorità estoni hanno rimosso il monumento che commemora i soldati sovietici caduti durante la seconda guerra mondiale nella liberazione dell'Estonia dal dominio nazista, pochi giorni prima del 9 maggio, data della Festa della vittoria in Russia.

RABBIA A MOSCA - Il Senato russo ha votato venerdì una risoluzione che invita il presidente Vladimir Putin ad adottare contromisure, «anche le più dure, tra cui la rottura delle relazioni diplomatiche» con il Paese baltico. Un portavoce del ministero degli Esteri ha definito la decisione estone «blasfema e inumana», aggiungendo che la Russia sta formulando la sua risposta.

SCONTRI - Gli scontri della scorsa notte sono i più gravi mai avvenuti a Tallinn, hanno affermato fonti della polizia. Fra i feriti vi sono 44 civili e dodici poliziotti. Vi sono stati 300 arresti e un centinaio edifici sono stati danneggiati. Il memoriale per i soldati sovietici è da anni fonte di tensione in Estonia, ridiventata indipendente con il crollo dell'Urss nel 1990, ma dove un quarto della popolazione è russa. All'inizio dell'anno il governo di Tallinn ha deciso di trasferire il memoriale e le tombe sottostanti in un cimitero militare. Giovedì sera un migliaio di persone si sono riunite davanti al monumento per impedirne la rimozione. La decisione definitiva del governo è giunta alle 3 del mattino, e ora il monumento e i resti dei soldati si trovano in una località sconosciuta. Il governo di Tallinn ha dichiarato di aver deciso di togliere il monumento per «per evitare altri atti di violenza pubblica» e perché il memoriale «non sia causa di pericolose sommosse».

TENSIONI - L'Estonia, abitata da popolazioni vicine ai finlandesi, divenne indipendente nel 1918 alla fine della prima guerra mondiale ma dovette combattere per evitare l'invasione prima dei tedeschi e poi dei sviatici. Nel 1920 l'Unione sovietica riconobbe l'indipendenza dell'Estonia rinunciando a ogni diritto. Nel 1940 con il patto Molotov-Ribbentrop, nazisti e sovietici si spartirono Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia. Quest'ultima passò nella sfera d'influenza di Mosca che la invase il 16 giugno 1940 e iniziarono deportazioni di massa. Poi Hitler dichiarò guerra a Stalin e le truppe tedesche invasero anche l'Estonia sterminando anche un migliaio di ebrei. Molti estoni si unirono ai nazisti credendo che, una volta scacciati i russi, l'Estonia potesse riavere l'indipendenza, invece il territorio venne inglobato nella Germania. Altri estoni si unirono all'Armata rossa per scacciare i tedeschi. I russi vinsero la guerra e nel 1944 rioccuparono l'Estonia annettendola all'Unione sovietica sino al 1990. I sovietici iniziarono una politica di russificazione forzata, vietando l'uso della lingua estone e trasferendo centinaia di migliaia di persone sul Baltico, tanto che oggi, nonostante la controimmigrazione russa dopo l'indipendenza, gli estoni sono il 68,5% della popolazione, i russi il 26% oltre a minoranze ucraine e bielorusse.

Fonte: Corriere della Sera

giovedì 26 aprile 2007

Iraq, arrestato ex direttore di prigione Usa, dice esercito

L'ex direttore di un importante carcere militare americano a Baghdad è stato arrestato ed è sotto inchiesta con l'accusa di "aiuti al nemico".

Lo ha riferito oggi una portavoce dell'esercito Usa.

Il tenente colonnello William Steele è sotto inchiesta anche per aver avuto una relazione sconveniente con una traduttrice e con un'altra donna irachena, secondo quando ha riferito a Reuters il portavoce dell'esercito Usa, il tenente colonnello Josslyn Aberle.

Fonte: Reuters Italia